Nell’organizzare questa giornata dedicata alla salute dell’anziano con l’ospedale Fatebenefratelli abbiamo cercato di esportare lo spirito che anima la nostra attività di consultazione nello spazio che abbiamo costruito all’interno dell’Associazione di Psicologia Analitica di cui facciamo parte. Questo spazio offre ad opera di analisti junghiani appartenenti all’Associazione un servizio di orientamento analitico con l’obiettivo di sensibilizzare chi si rivolge a noi ad un ascolto psichico dei segni del proprio disagio. I colloqui di orientamento che possono variare nel numero da uno a tre si configurano come luogo di riconoscimento e valutazione dei problemi emergenti dalla loro condizione attuale . L’esito della consultazione può essere sia quello di un invio ad un lavoro di psicoterapia che quello di una conclusione concordata dell’esperienza fatta. Nel secondo caso immaginiamo che l’incontro con un approccio analitico alla situazione costituisca di per sé un momento psicoterapeutico, l’esperienza sia pure parziale e momentanea di un particolare modo di mettersi in relazione, con il proprio mondo interiore.
Lo Spazio di Consultazione analitica si propone quindi come un luogo analitico di sensibilizzazione e come tale più aperto al mondo circostante di quanto non sia o non sia stato il campo della psicoanalisi classica, appannaggio di una élite ristretta di persone molto selezionate.
La nostra attività è rivolta a soggetti di diverse fasce di età: adolescentiadultianziani. Nell’avvicinare le problematiche psichiche inerenti alle diverse età della vita consideriamo come una novità di un certo rilievo, in ambito psicoanalitico, l’aprirsi al mondo psichico dell’anziano.
Nella psicoanalisi classica i riferimenti alla psicologia dell’anziano sono perlopiù assenti. Freud per esempio ne accenna in uno dei suoi più tardi lavori: Analisi Terminabile e Interminabile individuando nell’anziano una forte resistenza detta “viscosità della libido” allo svolgimento di un lavoro analitico, in questo lavoro nel descrivere come l’effetto di questa resistenza si può manifestare alla nostra osservazione, egli scrive “… nei casi a cui qui ci riferiamo, tutti i processi, tutte le relazioni e tutti i rapporti di forza appaiono immutabili, fissati e irrigiditi. E’ ciò che si riscontra nelle persone molto anziane nelle quali agisce la cosiddetta forza dell’abitudine, un esaurirsi, per una sorta di entropia psichica, delle capacità ricettive.” (Analisi terminabile e interminabile 1937, biblioteca Boringhieri 1977,pag. 55). Freud parla di questa resistenza come di un limite che si oppone molto tenacemente alle trasformazioni psichiche che l’analisi propone e pur prendendo come esemplificazione la condizione psichica dell’anziano riferisce che questa difficoltà si manifesta anche in persone giovani come a dire che qualcosa che può apparire in un certo senso normale nella terza età, perché forse pregiudizialmente ce lo aspettiamo, appare considerevolmente patologico in individui giovani, dai quali ci attendiamo modi altri di vivere, è comunque su questa difficoltà che Freud si è interrogato e ha posto i limiti della analizzabilità. E’ abbastanza chiaro che nel cimentarsi in un approccio psicologico con l’anziano dobbiamo tener conto della potenziale staticità, rigidità, fissità e mancanza di ricettività, considerando queste qualità psichiche come confini della nostra possibilità di promuovere trasformazioni salutari.
Jung, d’altra parte, pur non essendosi interessato della psicologia dell’anziano, ci offre spunti di riflessione a partire dalla sua concezione della cura analitica come di uno spazio di ascolto ed elaborazione delle problematiche psichiche non avulso dal momento storico in cui si manifesta. In tal senso Jung ha parlato di un’analisi della prima metà della vita ed un’analisi della seconda metà della vita, come momenti diversi della cura: nella prima situazione la tensione dell’individuo è volta a mete prevalentemente materiali quali il raggiungimento di una posizione sociale adeguata, il matrimonio, i figli; nella seconda situazione, la tensione si volge verso fini spirituali, diviene necessario conoscersi per quel che si è, la nostra libido viene in parte ritratta dalla realtà esterna per volgersi con un moto riflessivo alla realizzazione di sé da un punto di vista che possiamo considerare più centrato su se stessi, in questa situazione non sono più i valori collettivi esterni a guidare le scelte ma un nostro più autentico modo di essere. Questo livello dell’analisi, ovvero parafrasando Jung l’analisi della seconda metà della vita, potrebbe quindi configurarsi come molto prezioso in quanto in grado di permettere una realizzazione ed una comprensione di sé più piena e singolare.
In questo senso Jung ci permette di recuperare un valore molto importante della psicologia della maturità, che può almeno parzialmente venir assunto come una possibilità di accesso ad un lavoro psicologico che sia anche per l’anziano.
Ora credo che sia utile considerare le precedenti affermazioni come metafore capaci di descrivere i nostri moti psichici così che sia possibile comprendere che le difficoltà relative alla “viscosità della libido” possono riguardare sia il giovane che l’anziano così come sia l’uno che l’altro possono tendere, e questa tensione è sempre una tensione libidica, alla realizzazione di mete materiali e/o spirituali. E’ d’altra parte evidente che i limiti imposti dalla struttura fisica e sociale influenzano le nostre scelte nel senso d’indirizzarle in un verso o nell’altro.
Al di là di questi limiti siamo potenzialmente giovani e vecchi in ogni istante della nostra vita e la qualità che viviamo è relativa al legame, alla direzione e alla forma a cui ci assoggetta la nostra energia.
Mi rendo conto che può essere difficile accogliere l’idea di una forza energetica che non ha spessore, colore, odore che non si può definire come una sostanza percepibile dai nostri sensi, eppure parliamo di qualcosa che pur nella sua ineffabilità agisce, in termini più strettamente analitici ci stiamo riferendo a qualcosa d’inconscio e come tale qualcosa di inconoscibile se non attraverso i suoi derivati.
Prendere in considerazione l’energia psichica e le sue varie forme potenziali e concrete è particolarmente utile non solo per avvicinare l’altro, l’anziano nel nostro caso, ma anche e forse soprattutto per riconoscere in noi stessi vincoli e pregiudizi, consuetudine e desuetudine, vetustà e novità, in altre più semplici parole la nostra agilità o meno nell’immedesimarci anche in situazioni che ci somigliano parzialmente per poi riprendere una posizione di adeguata distanza.
Dal punto di vista psicologico identificarsi in modo rigido in una posizione troppo statica può disturbare ogni processo terapeutico, così se separiamo troppo rigidamente salute e malattia, giovane e vecchio, libero e costretto ed ogni sorta di opposizioni rischiamo di perdere quella ricettività indispensabile per la realizzazione di ogni processo trasformativo.
Per fare un esempio possiamo essere presi dall’idea di credere che la salute fisica o anche psichica sia un bene supremo da perseguire ad ogni costo, possiamo anteporre questo nostro obiettivo a qualunque altra idea si affacci alla nostra coscienza e perseguire il nostro scopo di curare senza tener assolutamente in considerazione le obiezioni, le incertezze, le resistenze o forse il senso della malattia stessa. Ho preso un caso limite come esemplificazione di una situazione potenzialmente conflittuale che può essere vissuta sia in modo individuale dal soggetto preso dalla malattia sia in modo interpersonale tra curante e curato, ma anche tra agente e paziente cioè tra chi agisce e chi patisce. Ricordo che una mia paziente di settantanove anni piuttosto sofferente, isolata e indigente ma ancora sufficientemente autonoma da vivere da sola ha chiesto un aiuto assistenziale di tipo volontario non ben definito nella forma, il resoconto della prima ed unica visita domiciliare che la paziente ha accettato era piuttosto esemplificativo di quanto ella aveva vissuto in quell’occasione: la sua sensazione era quella di un’angosciosa intrusione, come se tutti i suoi oggetti fossero osservati e catalogati, come se piuttosto che incontrare qualcosa di rasserenante avesse trovato delle spie pronte a controllarla e a giudicarla, queste sensazioni raggiunsero il culmine della sopportabilità quando con l’intento di fare ordine in casa le assistenti le proposero con forza di buttare questo e quello, proposta che la paziente ovviamente rifiutò. Anche la più benevola e ragionevole delle intenzioni può esitare in un insuccesso se non conosce le ragioni dell’altra parte. E’ per questo genere di questioni che il training di formazione analitica non può prescindere dall’analisi personale dell’allievo.
Mi rendo conto che l’ascolto dell’altro proposto dalla dimensione analitica è difficilmente trasferibile in quelle situazioni mediche ed assistenziali in cui s’impone la necessità di prendere decisioni rapide ed efficaci pur tuttavia credo che un’attenzione verso la necessità, possibilità che l’altro a cui vengono offerte le cure possa prendere o riprendere su di sé quella parte di soggetto anche agente oltre che paziente possa essere foriera di sviluppi positivi.
Per quanto ci riguarda, nella nostra attività consultoriale, si tratta quindi di riconoscere nell’anziano e nell’anziano sofferente in particolare le tracce delle sue possibilità di continuare ad essere un soggetto capace di sfruttare tutte le risorse disponibili, di scegliere, decidere, progettare ma anche di vivere l’istante, il presente, l’attuale. Permettere cioè agli elementi giovanili di restare vivi e attivi accanto a quelli connessi alla caducità, all’immobilità, al limite, alla morte, ma anche di favorire l’espressione di qualità introspettive e riflessive che per definizione meglio si addicono alla saggezza del vecchio piuttosto che all’impetuosità del ragazzo.
Nel dispiegarsi del binomio azione – riflessione e nell’intendere il primo termine come associato all’impetuosità giovanile ed il secondo termine come associato al sostare della stabile età matura vediamo comparire lo stato del silenzio inteso come quel momento capace di permettere la transizione del primo modo di essere nel secondo e viceversa. Osservando la realtà che ci circonda ci capita spesso di incontrare persone che quando vanno in pensione si ammalano a volte di malattie anche molto serie, potremmo ipotizzare che in queste situazioni l’energia dapprima legata all’attività lavorativa non riesca a trovare altri investimenti né verso se stessi né nel mondo esterno e che si trovi quindi costretta a rifluire in modo autodistruttivo verso il proprio corpo è una fantasia ardita che tuttavia può sollecitarci a concederci e a concedere quello spazio di silenzio e di ascolto che può permetterci di realizzare il più a pieno possibile le nostre mete materiali e spirituali.