Consultazione e psicoterapia analitica in adolescenza: una proposta di intervento clinico – di Alessandra De Coro, Paola Rocco, Cristina Bascetta, Cecilia Codignola e Leonella Magagnini

1) L’intervento clinico in adolescenza: consultazione e psicoterapia

di Alessandro De Coro

Le ricerche epidemiologiche degli ultimi vent’anni hanno messo in evidenza un fenomeno psicosociale che da tempo era noto agli psicoanalisti che lavorano con pazienti adulti: l’incidenza dei disturbi evolutivi nell’età adolescenziale appare determinante nel favorire lo sviluppo e la cronicizzazione della psicopatologia nella vita degli individui. Nasce da qui l’attenzione rivolta a un intervento psicoterapeutico tempestivo, che acquista significativo valore di prevenzione sia per l’individuo che per la società, e l’interesse per lo studio dei fattori di rischio e dei fattori di protezione.
Un recente studio condotto negli Stati Uniti su 1507 adolescenti fra i 14 e i 18 anni individua, fra i fattori di rischio comuni a diversi disturbi psichiatrici, la presenza di sintomi depressivi e di stati ansiosi, ricorrenti fluttuazioni di comportamenti simil-ipomaniacali, la quantità e la natura del sonno, l’ideazione ipocondriaca, disturbi della condotta e disturbi da deficit dell’attenzione con iperattività (Lewnsohn, Gotlieb, Seeley 1995). Per quanto riguarda in particolare gli episodi depressivi maggiori (che in adolescenza, come è noto, possono più facilmente sfociare in comportamenti suicidari, data la tendenza all’agire), sono segnalati come fattori di rischio specifici: lo stress in risposta a eventi traumatici, la diminuita sicurezza di sé e delle proprie emozioni, il desiderio di approvazione da parte degli altri, il timore di rimanere soli o di essere abbandonati e la sensibilità nei rapporti interpersonali, caratteristiche facilmente rintracciabili in quasi tutti gli adolescenti, anche se solo temporaneamente.
La psichiatria dinamica dell’adolescenza ha dovuto peraltro fare i conti, da un lato con la tendenza a sopravvalutare l’entità delle manifestazioni psicopatologiche degli adolescenti, spesso esplosive ma rapidamente reversibili, dall’altro con l’opposta tendenza ad attribuire qualsiasi difficoltà denunciata da un adolescente o dalla famiglia a situazioni di ‘crisi evolutiva’ facilmente sanabile con la successiva crescita (Novelletto 1986). Come gli studi psicoanalitici dello sviluppo hanno messo in luce, infatti, il sintomo può costituire per gli adolescenti una sorta di ‘identità negativa’, che comunque consente una nuova e specifica organizzazione del Sé e delle relazioni con gli altri, facilitando la separazione dalla madre (Jeammet 1992).
Il compito evolutivo specifico di questa fase dello sviluppo psichico, infatti, è stato descritto dagli psicoanalisti classici come il distacco della libido dalle ‘fissazioni incestuose ai genitori’ per renderla disponibile a nuovi investimenti su oggetti sessuali ‘maturi’ (Anna Freud 1957, p. 637 sgg.), o come un ‘secondo processo di individuazione’, in cui ‘il distacco dalle dipendenze familiari’ consente l’acquisizione di rappresentazioni di sé e degli altri più stabili e definite (Blos 1979, p. 104). Jung, in una prospettiva mitologica, scriveva: ‘il corso naturale della vita esige per prima cosa dall’uomo in giovane età il sacrificio della sua infanzia e della sua dipendenza infantile dai genitori carnali per non rimanere incatenato ad essi dal vincolo dell’incesto inconscio, funesto all’anima e al corpo’ (Jung 1912, p. 347). È appunto questo sacrificio che l’adolescente paga con il prezzo dell’angoscia: una angoscia di abbandono e di insicurezza, ma anche una angoscia di incomunicabilità totale, fino all’estremo dell’angoscia di disintegrazione e di morte.
Vari autori hanno evidenziato la funzione difensiva specifica che i fenomeni regressivi acquistano in adolescenza nei confronti di quella rottura dell’equilibrio psichico provocata dai mutamenti imposti dalla crescita. Margaret Mahler, per esempio, indica nello sviluppo adolescenziale il riprodursi in altra forma di quelle ‘crisi di riavvicinamento’ che caratterizzano le prime manifestazioni di autonomia nel bambino intorno alla metà del secondo anno di vita (Mahler et al. 1975). Da un punto di vista eminentemente clinico, Jung equipara l’adolescenza ad uno ‘stato problematico’, in cui la coscienza si divide poiché ‘l’individuo si trova costretto a riconoscere e ad ammettere che il non-io, l’estraneo, è anch’esso parte della sua vita, e parte di sé medesimo’ (Jung 1930, p. 422). In questa situazione, l’adolescente è continuamente esposto alla duplice tentazione di aggrapparsi regressivamente al passato o di fuggire dal passato per identificarsi con un’illusione di totale rinnovamento.
Il frequente ricorso all’azione tipico di questa età, come forma di inflazione dell’io da parte di fantasie collettive, rappresenta una esternalizzazione di un conflitto interno che può consentire all’adolescente di affrontare con successo i cambiamenti interni ed esterni che minacciano il suo senso di continuità (Bovensiepen 1995). L’identificazione dell’adolescente con le fantasie dell’inconscio collettivo, causando la ‘concreta esperienza’ di immagini archetipiche di morte e rinascita, provoca una ‘rottura della relazione fra l’io ed il sé. Tale rottura è spesso responsabile dell’emergenza di gravi sintomatologie (ibid., p. 5). L’attivazione di esperienze di rinascita, collegata a un forte impulso verso la crescita psicologica e verso nuove forme di integrazione, caratterizza peraltro questo periodo evolutivo come un momento di apertura alla ricerca di nuove potenzialità e di una maggiore coerenza interna. Recenti ricerche empiriche confermano la rilevanza dell’acquisizione e della stabilizzazione di competenze sociali e cognitive nel corso dell’adolescenza (Masten et al. 1995), così come dello sviluppo del ragionamento morale prosociale nella tarda adolescenza (Eisenberg et al. 1995). La plasticità dell’organizzazione psichica dell’adolescente appare dunque una condizione favorevole alla possibilità di fruire di un intervento psicologico con esiti positivi.
Come rileva Senise (1990), ‘nell’adolescenza esiste fisiologicamente la tendenza al transfert’: si tratta di cosiddetti transfert ‘spontanei’, rivolti a figure di adulti esterne alla famiglia (spesso più giovani dei genitori ma a volte anche più anziane), che ‘permettono degli aggiustamenti e delle risoluzioni spontanee di antiche situazioni conflittuali e complessuali’ attraverso una loro rielaborazione (Senise 1990, pp. 38-39).
D’altra parta l’esigenza di rivolgersi alla conoscenza del mondo extra-familiare la necessità di confrontarsi con il gruppo dei pari e il processo di riorganizzazione di una identità multipla attraverso molteplici proiezioni su oggetti esterni sembrano piuttosto controindicazioni allo sviluppo di un atteggiamento introversivo e di un transfer genitoriale all’interno di un setting analitico individuale.
Ma cosa accade quando un adolescente è in crisi’ Sulla base delle considerazioni sopra esposte si può rispondere in linea generale che presenterà una forte attrazione verso uno stato di passiva dipendenza dai genitori e dai loro sostituti o viceversa, una attiva fuga dagli adulti verso un mondo giovanile che si contrappone al passato senza possibilità di mediazione. Il metodo analitico Junghiano insegna a rivolgere l’attenzione alla polarità opposta a quella manifestata dall’atteggiamento cosciente: riteniamo che questa funzione di bilanciamento sia fondamentale nella prospettiva con cui un analista si rivolge ad un paziente adolescente.
I pericoli di una regressione fusionale in una esperienza transferale che può assumere caratteri psicotizzanti, così come le minacce di agiti contro il lavoro psicoterapeutico, sono elementi che vanno presi nella più seria considerazione, non solo al momento della valutazione di quale forma d’intervento proporre all’adolescente-o ai suoi genitori, ma anche e soprattutto come linee guida dell’atteggiamento di accoglienza del giovane paziente e nella supervisione ‘interna’ dell’analista.
L’atteggiamento analitico, infatti, risiede nel modo in cui l’analista lavora sulla relazione transfert-controtransfert: è questo lavoro interpretativo – sia implicito che esplicito – che, a nostro parere contraddistingue un approccio analitico indipendentemente dalla forma strutturante della cornice scelta (ancorche questa, ovviamente, non risulti ininfluente rispetto alle modalità tecniche con cui il transfert verrà trattato).
Sull’esempio dei servizi di counselling proposti in ambito psicoanalitico in Gran Bretagna già dagli anni ’70, sono nati anche in Italia, soprattutto presso istituzioni pubbliche, servizi di consultazione analitica rivolti agli adolescenti e ai giovani adulti che esprimano il desiderio di un aiuto psicologico. In questo tipo di interventi (solitamente limitati ad una serie di 4 o 5 colloqui), il lavoro analitico è rivolto in particolare al contenimento mentale dell’angoscia e all’interpretazione della relazione finalizzata ad elaborare la separazione (cfr. Copley, 1993, cap. 7): il terapeuta, cioè, assume la funzione di un ‘ponte’ che collega gli aspetti scissi nell’esperienza dell’adolescente – relativi alla discontinuità fra l’io e l’altro, ma anche fra passato e presente – , consentendogli di ‘pensare’ la separazione dei genitori reali e di riorganizzare nei casi in cui non sia necessario o non appaia desiderabile l’avvio di un processo psicoterapeutico a lungo termine, le proprie risorse psichiche per proseguire il suo percorso di individuazione.


2) Linterpretazione analitica nei primi colloqui con l’adolescenza

di Paola Rocco e Cristina Bascetta

Gli spunti di riflessione che seguono traggono specificità dal lavoro analitico nell’ambito di un servizio di consultazione breve rivolto agli adolescenti: in particolare, discuteremo alcuni problemi teorici e tecnici relativi all’uso delle interpretazioni nel primo colloquio, tenendo presente che a volte può essere anche l’ultimo.
Anche la prima consultazione chiama l’analista a sperimentare insieme al paziente adolescente la comprensione analitica e contemporaneamente a sollecitare all’interno di entrambi la creazione di un possibile spazio di percorso analitico. L’analisi incontra il paziente per costruire con lui una funzione simbolica che permetta di accogliere ed elaborare la sofferenza, proprio come la madre è in grado di dare un nome alle azioni-emozioni del bambino e di comportarsi ‘come se’ quelle comunicazioni avessero un significato che per il bambino non hanno ancora.
Come si configura la prima consultazione’ Quando un adolescente si rivolge a noi, spontaneamente o sulla spinta della sintomatologia che allarma la famiglia o la scuola, è in gioco un complesso a tonalità affettiva che attiva la conflittualità dell’individuo. Questa verrà proposta nella forma di una delle due modalità estremizzate che caratterizzano la comunicazione dell’adolescente e che si configurano come comunicazione astratta (uso difensivo del pensiero) e identificazione proiettiva (uso difensivo dell’evacuazione delle emozioni). Entrambe le modalità, come d’altronde i sintomi, nella misura in cui compaiono, danno indicazione della maggiore o minore capacità di tollerare il dolore psichico.
Il primo colloquio ha sempre, specialmente per l’adolescente che accede per la prima volta a una consultazione psicoanalitica, il valore di una confessione. Jung individua nella confessione il primo stadio della pratica psicoterapeutica: ‘il metodo catartico (l’attività analitica) tende alla piena confessione: non solo a constatare intellettualmente con la testa uno stato di fatto, ma anche a constatarne l’esistenza col cuore, liberando gli affetti trattenuti. I nostri segreti ci separano infatti gli uni dagli altri: ma noi preferiamo tendere sopra gli abissi che si spalancano tra uomo e uomo gli ingannevoli ponti delle opinioni e delle illusioni anziché servirci dell’incrollabile ponte rappresentato dalla confessione’ (Jung 1929, p. 65 sg.). Ogden (1989) afferma che il paziente tende spesso a creare per sé, e secondariamente per gli altri, l’illusione di saper produrre pensieri e sentimenti, desideri e timori vissuti come proprio dominio; questa illusione può costituire un’efficace difesa contro il terrore di ignorare il senso del proprio vissuto e della propria identità, ma essa contribuisce ad alienare ancora di più l’individuo da se stesso. L’identificazione proiettiva attraverso cui il paziente si insedia nell’altro e lo occupa con i propri pensieri e sentimenti fa sì che anche il terapeuta possa trovarsi nell’impossibilità di pensare e il vuoto si riempia di contenuti teorici. Paziente e analista possono scambiare i propri misconoscimenti sistematici per genuina esperienza di sé.
Nel primo colloquio all’adolescente è dato di sperimentare la possibilità della confessione, intesa come possibilità di liberarsi dell’angoscia, proprio nell’accezione proposta da Jung. L’atto della confessione richiede la presenza di un altro, all’interno di un contesto protetto, in grado di accogliere su di sé il dolore e di condividerlo. Spesso i pazienti adolescenti riportano un senso di grande solitudine che accompagna la loro sofferenza, resa più gravosa dall’impossibilità di comunicarla e condividerla con qualcuno.
A volte la prima seduta diventa il luogo mentale nel quale il segreto-ombra può essere scaricato ma non elaborato, evitando così il dolore connesso all’elaborazione. L’atteggiamento analitico di fronte al segreto della confessione trasforma il primo incontro in un evento nel quale non solo può stabilirsi un’alleanza terapeutica ma anche trasmettersi al paziente la fiducia nell’esistenza di un luogo preposto all’accoglimento, senza giudizio, nel quale il criterio di ascolto sia fondato sull’empatia e sulla ricerca del senso. Un luogo dove la relazione con un adulto estraneo consenta di ristrutturare il legame di attaccamento e di ‘allenarsi’ alla separazione. Un luogo dove la sofferenza viene riconosciuta e nominata e dunque resa accessibile alla cura, e da cui l’individuo può proseguire il cammino evolutivo sia accedendo direttamente a un percorso terapeutico approfondito, sia riattivando energie sane a disposizione.
Nella consultazione breve, l’assetto interno del terapeuta accomoda la regola dell’astinenza e configura un atteggiamento più attivo, relativamente a transfert e controtransfert, al tema della separazione, all’uso dell’interpretazione. In particolare l’atteggiamento empatico dell’analista fondante l’alleanza terapeutica veicola la prima materia che, elaborata dalla mente del terapeuta, può essere restituita al paziente in una forma utilizzabile. Jung afferma che l’analista si addossa letteralmente il male del paziente, lo condivide con lui: ‘Molte proiezioni vengono definitivamente integrate all’individuo attraverso il riconoscimento della loro appartenenza soggettiva; altre invece non si lasciano integrare e, distaccandosi dai loro oggetti originari, si trasferiscono sul terapeuta’ (Jung 1946, p. 182).
Con l’adolescente può avvenire che si configuri la prima di queste situazioni: soprattutto con i pazienti meno gravi è possibile che la sofferenza sia stata oggettivamente percepita e venga comunicata verbalmente come frutto di un atto introspettivo. In questo caso l’atteggiamento empatico permette all’analista di identificarsi con la sofferenza del paziente filtrata dalla propria emozione controtransferiale.
Più spesso, tuttavia, l’adolescente non è in grado di tollerare le proprie emozioni e le trasferisce sull’analista con l’identificazione proiettiva, veicolata anche attraverso gli agiti. Questi assumono non solo il senso di un attacco al legame, ma il più delle volte costituiscono una vera e propria forma di comunicazione. In questo caso l’analista si trova a una minore distanza dal paziente, chiamato a fronteggiare le sue stesse emozioni e, quindi, facilmente soggetto a contro-identificazioni proiettive che possono assumere la forma di agiti. Rosenfeld (1987) sottolinea come la funzione terapeutica dell’analisi possa restare bloccata se il paziente riesce a imporre all’analista un determinato ruolo da svolgere.
Anche l’intervento interpretativo precoce, quando risulti dettato dalla brevità del tempo a disposizione, può diventare collusivo con la fretta del paziente adolescente. L’elemento che differenzia la collusione da un intervento analitico è l’attività di riflessione fondata sull’empatia: Kernberg (1984, p. 122) sottolinea che ‘l’empatia non è soltanto la consapevolezza emotiva, intuitiva, dell’esperienza emotiva centrale del paziente in un determinato momento; deve anche essere presente la capacità di provare empatia per quel che il paziente non può tollerare di se stesso’. L’ascolto empatico forma per il paziente quella ‘pelle psichica’ di cui parla Esther Bick. La costruzione di questa ‘pelle psichica’ con il paziente adulto in analisi è resa possibile dalla fantasia reciproca, analizzabile, di un tempo indefinito, un tempo interno. Mentre con il paziente adolescente, è proprio la brevità del tempo, paradossalmente contrapposta al tempo ‘eterno’ percepito dall’adolescente che impone che questa costruzione vada di pari passo con un prodotto finito. Nel momento stesso in cui stiamo sperimentando il rapporto analitico e creando lo spazio per pensare siamo già chiamati a formulare un pensiero che il paziente possa comprendere e utilizzare. I tempi del sentire, del pensare e del restituire sembrano sovrapporsi, cosicché i nostri interventi interpretativi con l’adolescente a volte ci lasciano il dubbio di un precipitoso acting-out: può accadere che le parti interne non tollerate dal paziente ed evacuate nel terapeuta vengano espulse anche dall’analista attraverso l’interpretazione in una forma non metabolizzata.
Qual è dunque la natura dell’interpretare in prima seduta’
L’interpretazione si propone come funzione intermedia tra una modalità di pensiero pre-operatoria, in senso piagetiano, e una modalità simbolica di comunicazione. L’adolescente, come il paziente adulto, può utilizzare l’interpretazione come un ponte in grado di dare senso alla propria esperienza emotiva attraverso la storicizzazione degli eventi attuali e attraverso il rispecchiamento.
La possibilità che l’interpretazione venga vissuta anche in prima seduta come fonte di consapevolezza e trasformazione, passa attraverso la capacità di identificazione empatica dell’analista. Volendo usare la metafora alchemica, si tratta di regolare il calore alla giusta temperatura, così che la materia non venga bruciata, né rimanga troppo fredda, e quindi immodificabile, ma possa raggiungere quel grado di calore che consente l’avvio di una graduale trasformazione.
L’attenzione e la capacità di immediata condivisione è anche in grado di suscitare nel paziente la stessa attenzione per quegli aspetti di sé che agiscono nell’ombra, e suggerire l’idea di uno scambio tra eventi interni ed esterni che possono trovare un senso nella continuità delle propria esperienza. Come accade nelle sedute di baby observation, quando l’attenzione al neonato da parte dell’osservatore attiva nella madre la stessa capacità di guardare con attenzione il figlio come altro da sé, così anche il paziente può guardare con interesse nuovo e diverso a quelle parti di sé fino a quel momento espulse o non tollerate. A volte è sorprendente per l’adolescente constatare l’interesse dell’analista per azioni come le sedute mancate o i ritardi, rispetto alle quali le aspettative sono del tutto differenti; o per quegli aspetti della sua esperienza cui non aveva mai dato risalto. La verbalizzazione di quanto avviene nel campo, come prodotto di un ascolto empatico, tende quindi a valorizzare la capacità introspettiva del paziente e la sua funzione analitica interiore.


3) L’ambivalenza nell’incontro analitico con l’adolescente

di Cecilia Codignola e Leonella Magagnini

L’adolescente che chiede un aiuto psicologico oscilla fra normalità e patologia; cambia con relativa facilità sintomi, strutture e meccanismi di difesa. Venendo a consultarci, egli ci chiede di aiutarlo a capire qualcosa della sua confusione interna: ‘vivo in uno stato di angoscia’; ‘non so se quello che faccio mi piace, come se non mi conoscessi più’. Le risposte che l’analista offre all’adolescente già nel primo incontro assumono, ancor più che nell’adulto, un valore fondante per la relazione analitica, esprimendo più o meno esplicitamente un orientamento diagnostico e prognostico.
Questo intervento intende proporre una riflessione sulle difficoltà che il terapeuta si trova a dover affrontare nel momento in cui accoglie la confusione adolescenziale: in particolare, le insidie controtransferiali e i conflitti specifici che si aprono nella relazione fin dal primo incontro. Riteniamo che solo decodificando l’ambivalenza insita nella sua richiesta di aiuto, possiamo offrire all’adolescente la risposta più adatta ai suoi bisogni profondi.
Nei primi colloqui è difficile che l’adolescente riesca a esprimere qualcosa di più preciso di un disagio vago e confuso. Mentre il mondo adulto descrive con linguaggio tecnico i disturbi adolescenziali (comportamenti antisociali, fobia della scuola, uso di stupefacenti o di alcol), il ragazzo si esprime in termini di angoscia difficoltà a stare solo, paura di stare con gli altri, paura di non farcela, voglia di sparire. Al desiderio di un aiuto si contrappone la difficoltà di riconoscere il proprio dolore come patologico, come bisognoso di cure.
Al primo colloquio G. parla di un malessere diffuso, di tristezza verso i genitori, di una delusione sentimentale, di una cotta. Solo al secondo incontro, grazie a un sogno nel quale lui si vede andare avanti, lasciandosi il gruppo verso cui prova sofferenza e sensi di colpa, emerge una contraddizione tra gruppo e individuo, tra desiderio e paura di emergere. Nella confusione della prima seduta si intravedevano già alcuni elementi densi di significato: la tristezza dei genitori al momento del suo allontanamento da loro, il desiderio di riattivare una fusione (la cotta per una persona dello sesso) il pericolo della con-fusione. Aver condiviso questi significati affettivi nella prima seduta con terapeuta, permette a G. di inoltrarsi nelle tematiche per lui più significative.
La ricerca di un colloquio psicologico da parte di un adolescente non va mai sottovalutata, in quanto esprime una presa di coscienza, un passo avanti nel processo evolutivo bloccato; il primo incontro è per il ragazzo l’occasione per cominciare a capire che il proprio malessere a ragione d’essere, può essere capito e si può fare qualcosa per modificarlo.
L’adolescente che si avvicina all’analista per tentare un indagine introspettiva, esplora la possibilità di trovare una nuova modalità di contatto con quella parte adulta che porterà alla graduale scoperta di contenuti nascosti. Questo procedimento, tuttavia, non è privo di dolore, poiché comporta la rinuncia alla via consueta (agiti, somatizzazioni, ecc.) e l’esperienza della depressione che nasce dalla consapevolezza dei propri conflitti.
La motivazione terapeutica del paziente adolescente è ambivalente anche a causa dei processi di idealizzazione e demonizzazione, di valutazione e svalutazione dell’altro, propri di questa fase; il suo modello di relazione con l’adulto non è ancora fondato sulla reciprocità, ma tende piuttosto a percepire soprattutto gli aspetti mancanti e frustanti di un rapporto. Per l’adolescente esasperare un polo rispetto all’altro nelle contraddizioni che vive è una operazione consueta, non patologica: gli opposti in questa età vengono evidenziati, drammatizzati e solo successivamente, in una tappa più avanzata del processo di individuazione, possono essere conciliati.
La relazione terapeutica è resa ancora più complessa dall’ambivalenza che scaturisce nell’analista dal momento in cui sa di offrire uno strumento verso il quale l’adolescente è fortemente ambivalente a causa delle caratteristiche specifiche del suo mondo interno. Questa ambivalenza si traduce in particolari dissonanze tra il lavoro analitico e le modalità con la quale l’adolescente si pone nei suoi confronti.
Indichiamo ora sinteticamente alcune aree relative a tale dissonanze:
* l’atteggiamento analitico propone di non agire a un ragazzo che a bisogno di agire il proprio conflitto, per poterne essere consapevole (‘ho bevuto fino a perdere la coscienza’; ‘so che non dovrei ma quando mi arrabbio non riesco a trattenermi’).
* L’atteggiamento analitico promuove una richiesta di tempo e di attesa a chi spesso non ha tempo e ha una visione non finita del tempo: l’esperienza di un tempo sempre presente, atemporale, che nell’adulto consideriamo psicotica, è nell’adolescente fisiologica. Assistiamo in adolescenza a una distorsione nel percepire le emozioni che definiscono il senso del tempo: a questa età quei meccanismi difensivo-onnipotenti di controllo del tempo, quali sintomatologie ossessive transitorie e rituali, nei quali vi è un isolamento delle emozioni connesse alle temporalità, non sempre sono sintomi di patologia strutturata. Nell’adolescente vi è spesso una tendenza a non ascoltare ed esprimere le emozioni ma viceversa a tradurle in atti e comportamenti che rendono immediato l”essere al mondo’ (‘l’imperativo è fare tutto e subito, fino in fondo’; ‘ogni volta si ricomincia da capo, tutto è casuale, di ciò che ho fatto ieri non ho memoria, non è garanzia perciò che farò oggi: nulla si accumula perché non si può apprendere dall’esperienza’; iniziamo subito la psicanalisi, ma alle mie condizioni: diciamoci del tu’).
* L’atteggiamento analitico offre significati simbolici a chi usa in forma difensiva, per salvaguardarsi dalle proprie emozioni e quindi dalle libere associazioni, o il pensiero concreto (soffermandosi su interminabili cronache o insignificanti particolari) o invece l’astrazione (con elucubrazioni e inaccessibili dubbi sull’essere, sull’esistere).
* L’atteggiamento analitico offre uno spazio di pensiero a chi tende a comunicare attraverso l’agire con il corpo o sul corpo i propri conflitti (‘mi sento la faccia di marmo, mi sento robotizzato’; ‘crearsi uno stato di ansia, vivere sempre una situazione di emergenza, di eccezionalità, per potersi sentire a contatto con le cose, dentro le cose: solo così ho la sensazione di vivere le mie emozioni e le mie passioni’; ‘l’unico vero cambiamento è attorno all’ago della bilancia, anche quello sempre fortuito e miracoloso, ed è l’unico cambiamento che mi interessa, è la mia gioia, il mio dolore, tutta la mia vita’).
* Il lavoro analitico propone una relazione filiale, ricreando una dipendenza a chi non riesce a liberasi della autorità e dalla dipendenza, perché non ha ancora elaborato l’immagine paterna interiorizzata (‘io non voglio vivere, non voglio scegliere e tanto meno decidere, posso eseguire anche molto bene dei compiti, ma limitati nel tempo e nello spazio’; ‘Non mi piace andare avanti, più vai avanti più devi fare le cose da sola; prima mi arrabbiavo per gli orari o le regole, voglio l’autonomia ma ho paura’).
* Nella relazione con l’analista viene portato un corpo sempre più sessualizzato e adulto, ormai fertile: un corpo che spaventa perché irriconoscibile e che l’adolescente teme non venga riconosciuto, dagli impulsi sessuali, sconosciuti e spesso confondenti, la psiche adolescenziale si difende esasperando i meccanismi di controllo del proprio pensiero e del proprio corpo. La sessualità in adolescenza veicola angosce di realizzazione e di mancanza di riconoscimento, evidenzia sentimenti di inadeguatezza e rafforza quelli di vergogna al fine di preservare il proprio corpo e la propria persona; le difese contro la trasformazione del proprio ruolo sociale alimentano un mondo di fantasie e proiezioni ambivalenti. Il rapporto di dipendenza dal terapeuta così come il rapporto con il proprio corpo sessualizzato possono indurre nell’adolescente vissuti persecutori e minacciosi. Il tentativo di controllare il proprio corpo e il terapeuta deriva dal desiderio di onnipotenza, minacciato dalla crescita e dai cambiamenti fisici. Quindi la paura dell’impotenza induce fantasie onnipotenti che ritroviamo anche nel desiderio di controllare il rapporto transferale e di attaccarlo ripetutamente.
Evidenziare l’ambivalenza che scaturisce nella relazione con l’analista chiarirne le forme anche al giovane paziente, facendo emergere le contraddizioni relative alla sua domanda e le ambiguità che essa nascondeva, riteniamo sia appunto la funzione terapeutica dei primi colloqui. Nella consultazione con l’adolescente, l’analista sa di dover trattare fin dall’inizio con grosse resistenze, che gli faranno dubitare delle sue capacità introspettive, delle sue capacità di entrare in sintonia con l’adolescente, della funzionalità del suo strumento analitico; o all’opposto, colludendo con la richiesta del paziente si sentirà di essere la persona giusta, di aver davvero capito, fantasticherà di essere il genitore adatto a quel tipo di ragazzo.
Il terapeuta si trova perciò nella necessità di analizzare il suo controtransfert mettendo in discussione le proprie valutazioni: si sente indotto a drammatizzare il problema, scambiando magari una crisi adolescenziale con una psicosi o un gesto provocatorio con un sintomo di personalità bordeline, o al contrario a sdrammatizzare, negando così il conflitto interno al ragazzo e spostandolo sulla famiglia, sulla scuola, sulla realtà esterna’ O invece subisce la tendenza a svalutare il proprio strumento di analisi per cercare soluzioni di minor costo e di minor coinvolgimento’
Di fronte all’adolescente il terapeuta è fortemente scosso ai meccanismi dell’identificazione proiettiva: può dunque trovarsi a vivere emozioni estreme, che lo portano a pensare di dovere intervenire con urgenza o eccezzionalità o invece a sottovalutare negandoli, sentimenti intensi di dolore e solitudine, di una inadeguatezza vissuta come totale.
È impossibile non venire investiti da questi sentimenti controtransferali, come non è possibile non percepire i mille dubbi che in tale situazione minano il nostro pensiero e il nostro lavoro, arrivando a modificare abitudini consolidare, regole, setting. Stereotipi e fantasie onnipotenti, il ricorso a postulati teorici a-priori spesso mascherano difese che il terapeuta mette in atto davanti al nuovo e all’ignoto che si manifesta in ogni seduta analitica. È oltremodo necessario nei primi incontri tollerare l’ansia dell’incertezza, l’incoerenza del materiale e la confusione dei messaggi.
Sostenere e fare propria questa ambivalenza, riconoscerla come introdotta in noi dall’incontro con l’ambivalenza adolescenziale che collude con la nostra, è, per noi come per il ragazzo, la sola possibilità di incontrarci in una relazione dove insieme si può trovare lo spazio e il tempo, il pensiero, la parola, l’altro nella sua somiglianza e diversità.

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